XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

L’amore di Dio e l’amore degli uomini sono compatibili o, al contrario, l’uno esclude l’altro in modo che bisogna assolutamente operare una scelta? Ognuna di queste domande ha ricevuto da Gesù una risposta essenziale: il primo comandamento è di amare Dio, e il secondo, che gli è simile, è di amare gli uomini. Non si può, dunque, pensare che l’entrata di Dio in una coscienza provochi l’esclusione dell’uomo (vangelo). Anzi, i testi più sicuri del messaggio dell’Antico Testamento e di Gesù ci portano a credere con certezza che l’incontro con Dio rinnova e perfeziona l’attenzione e la sollecitudine verso gli uomini (prima lettura).

L’attenzione a Dio e l’attenzione all’uomo non sono così facilmente separabili.

Il coltivare la «vita interiore» è un valore cristiano, un valore permanente, come il bisogno di raccoglimento. Però la «vita interiore», quando è cristiana, non solamente non è monologo, ma neppure un parlare con Dio solo. Incontrando Dio nell’orazione il cristiano, più o meno presto, incontra inevitabilmente gli uomini che Dio crea e vuol salvare. Il cristiano può allontanarsi momentaneamente dagli uomini, per pregare, per non pensare che a Dio. Può fare un’ora di meditazione senza ritrovare, espressamente, nella contemplazione di un mistero divino, il pensiero dei bisogni degli uomini... Questo, anzi, diventa, in certi momenti, una sentita necessità. Nella vita cristiana come nella vita umana in genere, esistono normalmente dei ritmi; si va dalla contemplazione all’azione, e dall’azione alla contemplazione. Ma l’allontanamento dagli uomini è sempre solo provvisorio. Così, come accade all’interno della nostra esistenza nella quale si succedono momenti di ritiro a momenti di intensa attività, anche all’interno della Chiesa vediamo contemplativi e attivi. Il mistero di Cristo è vissuto nella Chiesa dal suo complesso, nell’insieme dei suoi membri e in quello dei secoli.

Il contemplativo serve gli uomini servendo Dio, l’attivo serve Dio servendo gli uomini. I due esprimono, specializzandosi nell’imitazione dei Cristo, uno stesso e unico mistero: quello della vita religiosa del Verbo incarnato.

Buona domenica.

 

ANNIVERSARIO DELLA DEDICAZIONE DELLA PROPRIA CHIESA

 Nei primi secoli la dedicazione di un edificio al culto divino avveniva semplicemente con la celebrazione dell'Eucaristia. Così la Chiesa vivente, popolo di Dio, sentiva di essere essa stessa il «luogo privilegiato» della presenza del Signore. In seguito si diede maggior rilievo al tempio materiale, dedicandolo con cerimonie molteplici e complesse e celebrandone l'anniversario (sagra o consacrazione). La liturgia però non ha mai cessato di ricordare che il tempio materiale non è che l'immagine del tempio spirituale, costruito di pietre vive, che siamo noi, nella comunione e nella corresponsabilità, per l'edificazione del popolo di Dio. In questa «Solennità della Chiesa locale» celebriamo il legame che unisce la nostra comunità con il vescovo nell'insieme della comunità diocesana. E nello stesso tempo ricordiamo la dedicazione della nostra chiesa, anche se non è stata dedicata al culto con l'appropriato rito liturgico. «Aderendo al suo pastore e da lui, per mezzo del vangelo e dell'Eucaristia, riunita nello Spirito Santo», ogni comunità cristiana deve sentirsi impegnata a costituire «una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica» (Christus Dominus, 11).