III Capitolo della Lettera del Vescovo “Nutriti dalla Bellezza: Il Mistero” (capitolo centrale della lettera)

 

 

Il memoriale del Signore Gesù

Alla base della celebrazione eucaristica c'è l'ultima cena di Gesù. Da qui si deve partire per poter anche soltanto intuire la grandezza del dono che abbiamo ricevuto. Il nome dell'Eucaristia e quello attualmente più ricorrente di "Santa Messa" non provengono direttamente dal racconto evangelico dell'ultima cena del Signore. Le parole che Gesù ha usato per indicare quel che noi ora celebriamo nella liturgia eucaristica non sono quelle che siamo abituati ad ascoltare. Il Vangelo di Luca ci fornisce un'informazione molto preziosa, perché ci fa sapere come Gesù definì l'Eucaristia. Così si legge nel racconto del terzo Vangelo: «Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me". E dopo aver cenato fece lo stesso con il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi"» (Lc 22,19-20). La frase «Fate questo in memoria di me» letteralmente andrebbe tradotta: «Fate questo come il mio memoriale».

Così, il dono del pane che è il suo corpo e del vino che è il suo sangue è definito da Gesù «il suo memoriale». Cosa intende dire Gesù con questa espressione? Il suo significato, dobbiamo riconoscerlo, non ci è immediatamente chiaro. [unica via per cercare di capire è lasciarci guidare dagli stessi evangelisti. Soltanto Luca utilizza il termine memoriale, tuttavia sia Matteo che Marco raccontano l'episodio dell'istituzione dell'Eucaristia e riportano sostanzialmente le stesse parole di Gesù. L: evangelista Giovanni invece non ne dà notizia. Sullo sfondo della narrazione evangelica va posto il capitolo dodicesimo del Libro dell'Esodo, in cui si ricorda la liberazione dei Figli di Israele dalla tremenda schiavitù dell'Egitto e si menziona il memoriale di quel prodigioso evento di salvezza (cfr. Es 12,1-28). A perenne ricordo dell'intervento del Dio dell'Alleanza in favore del suo popolo, verrà celebrato ogni anno il rito della Pasqua, che consisterà in un banchetto di carattere liturgico totalmente imperniato sulla consumazione di un agnello. Vi saranno però anche del pane azzimo, cioè non lievitato, e delle erbe amare. Queste ultime ricordano l'amarezza della schiavitù; il pane azzimo la premura del partire nella notte della salvezza. Successivamente entrerà a far parte del cosiddetto pésach, cioè del rito pasquale, anche il vino: per quattro volte durante la cena i commensali saranno invitati a bere alla coppa, sempre rispettando un rigoroso cerimoniale.

I discepoli di Gesù conoscevano tutto questo molto bene. Trovandosi con Gesù a Gerusalemme nei giorni della grande festa e avvicinandosi la sera della cena pasquale, pongono a Gesù la domanda: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?» (Mc 14,12). Gesù dà loro indicazioni molto precise, da cui si evince che da tempo ha organizzato tutto con molta cura (cfr. Mc 14,13-16). Egli sa bene che quella sarà la sua ultima cena con loro e che quanto vi accadrà sarà estremamente importante. Quando i discepoli giungono e si dispongono a tavola non immaginano certo di vivere un'esperienza che segnerà per sempre la loro vita e quella dell'intera umanità. Il pasto pasquale comincia nel modo usuale e così prosegue fino a quando Gesù, prendendo il pane azzimo, lo spezza e lo distribuisce. Egli accompagna questo gesto con parole assolutamente nuove, non previste dall'antico rituale della Pasqua. Sono le parole che abbiamo ricordato e che la liturgia eucaristica pone al centro della celebrazione: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Successivamente, prendendo la coppa del vino e offrendola loro, Gesù aggiunge: «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati». In questo modo, l'antico memoriale liturgico della Pasqua ebraica viene radicalmente trasformato. Al centro di questo atto liturgico non vi è più la consumazione dell'agnello, ma l'offerta di questo pane e di questo vino che in verità sono il corpo e il sangue di Gesù. Come possano il pane e il vino essere il corpo e il sangue di Gesù è il grande segreto che solo lui conosce. I Vangeli non riferiscono alcuna sua parola di spiegazione. Così come non ci dicono nulla della reazione dei discepoli, che dobbiamo supporre sia stata di enorme stupore. Che cosa intendeva dire il loro maestro? Solo successivamente, quando lo incontreranno risorto ed egli potrà parlare con loro di quanto accaduto, sarà possibile per loro entrare nel segreto dell'ultima cena. Si comprenderà allora che con quelle parole Gesù alludeva alla sua morte in croce. Egli aveva inteso anticiparla attraverso una sua personale decisione: quella morte diventava così in realtà l'offerta della propria vita. Quello che poteva apparire agli occhi dei discepoli un inesorabile destino, andava in realtà interpretato come un atto di libertà ispirato dall'amore. «Prima che questo accada - sembra dire Gesù - vi offro io la chiave di lettura e insieme vi faccio dono del gesto che sarà il mio memoriale. Ripetendo questo gesto voi rivivrete d'ora in avanti e per sempre quel che io ho vissuto qui con voi, cioè la mia libera decisione di fare della mia vita un sacrificio per voi, un'offerta capace di dare compimento alla grande promessa di liberazione per l'intera umanità»".

Mistero pasquale

Il memoriale di Gesù non è un semplice ricordo. Non è una nobile cerimonia che rievoca un evento del passato, cercando di impedirne l'oblio. La celebrazione eucaristica è esperienza perennemente attuale di quell'evento di salvezza che è la morte in croce del Figlio di Dio, anticipato nella sua libera decisione di offrire se stesso. Da questa decisione nell'ultima cena sorge l'atto liturgico che è il suo memoriale, gesto liturgico che i suoi discepoli sono invitati a celebrare fino al giorno del suo ritorno (cfr. Mc 14,25). Già l'antico memoriale aveva questa caratteristica: per la potenza del Dio dell'Alleanza, i figli di Israele rivivevano ogni anno nel pesach pasquale, cioè la cena rituale, quanto i padri avevano storicamente sperimentato. La prospettiva non è perciò semplicemente psicologica. È invece teologica. Nel memoriale liturgico il tempo viene annullato: si entra nell'eternità che è propria di Dio e la sua azione è sperimentata come perennemente efficace. Possiamo così dire che il memoriale di Gesù si fonde con il mistero pasquale. In effetti, il termine sacramentum, che utilizziamo per indicare anche l'Eucaristia, è traduzione latina della parola greca mystérion, con il quale in tutto il Nuovo Testamento si allude alla rivelazione compiuta da Gesù. Il mistero è in realtà il segreto di Dio rimasto a lungo nascosto ed ora manifestato: segreto del Regno di Dio, della sua sovranità da sempre protesa alla nostra salvezza (cfr. 1Cor 3,6-10). Con il termine sacramento, anche nella lingua italiana ci riferiamo a questa realtà che ci è venuta incontro in Gesù e più precisamente nella sua Pasqua. La risurrezione di Gesù è la risposta di Dio e di Gesù stesso, nella potenza dello Spirito santo, alla sfida mortale del male che fa dell'uomo la sua preda. Umiliato nella passione, inchiodato sulla croce e alla fine ucciso dalla colpevole crudeltà degli uomini, il Figlio di Dio amato, Messia annunciato e promesso, vince la nostra cieca ostilità nello slancio di un amore sorprendente e realmente divino. Il Libro dell'Apocalisse, con il suo linguaggio suggestivo, parla di lui come dell'Agnello mansueto e immolato che si erge trionfante (cfr. Ap 5,6). Egli è il servo innocente profeticamente annunciato nel Libro di Isaia come uomo dei dolori che in realtà intercede per i colpevoli: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (ls 53,4-5). Con lo stile ardito che lo contraddistingue, san Paolo arriva ad affermare: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21).

Il mistero pasquale è dunque immersione vittoriosa del Cristo salvatore nell'inferno della nostra maledizione (cfr. Gen 3,14.17; 4,11). Fu un'immersione che avvenne in comunione con il Padre, sebbene a causa del nostro peccato il Figlio dovette accettare di non percepirla più nell'ora buia del Getzemani (cfr. Mc 14,36) e del calvario (cfr. Mc 15,34). Per amore nostro entrò nel crogiolo della passione: «Nei giorni della sua vita terrena - si legge nella Lettera agli Ebrei - egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui, fu esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,7-9).

Nella celebrazione eucaristica noi facciamo dunque grata memoria di questa vittoriosa condiscendenza di Cristo. Siamo realmente immersi con lui nella morte che ci assedia e insieme a lui, nella misura della nostra fede, usciamo da questo drammatico confronto costantemente vittoriosi. C'è infatti nell'Eucaristia e in ogni altro sacramento che da essa scaturisce la forza vivificante del mistero pasquale. C'è una misteriosa energia di grazia che consente a quanti credono di fare esperienza della vita eterna. Si avvera così la suggestiva frase di Gesù: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,37). È estremamente importante entrare in questa prospettiva e intendere la celebrazione eucaristica come un evento di grazia. Sarebbe molto triste considerarla semplicemente una pratica religiosa - per quanto importante - richiesta alla nostra buona volontà. La prospettiva dell'osservanza non potrà mai essere adeguata a questo dono meraviglioso. L'Eucaristia è il roveto ardente dell'amore di Cristo per noi, perenne manifestazione della sua forza trasfigurante. Al roveto ardente non può che corrispondere un cuore ardente.

Mistero d'amore

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv15,13). Dentro il memoriale della morte del Signore, nascosto, invisibile ma assolutamente reale, c'è l'amore immenso di Cristo per i suoi discepoli e per l'intera umanità. in quell'ultima cena, nella decisione di donare la sua vita e di anticipare il sacrificio della croce nel nuovo gesto liturgico donato ai discepoli, c'è tutto il cuore di Gesù. L'amore è la cifra riassuntiva di quella cena. È il quarto Vangelo che mette in particolare evidenza questa verità. A differenza degli altri evangelisti, infatti, Giovanni, pur raccontando l'ultima cena, non dà notizia del nuovo memoriale, cioè dell'istituzione dell'Eucaristia. Il suo Vangelo è scritto per ultimo e probabilmente egli può considerare l'evento ormai ben conosciuto. Riferisce invece di un altro gesto di Gesù avvenuto durante l'ultima cena, grazie al quale - potremmo dire - il senso dell'Eucaristia risulta ancora più chiaro. Mentre tutti sono a tavola e condividono il pasto pasquale, all'improvviso Gesù si alza, depone la veste, prende un asciugamano e se !o cinge, versa dell'acqua in un catino e comincia a lavare i piedi dei suoi discepoli, asciugandoli poi con l'asciugamano di cui si era cinto (cfr. Gv 13,1-5). I suoi discepoli restano ammutoliti. Lavare i piedi è il compito che spetta all'ultimo dei servi. È un gesto imbarazzante e umiliante. L'atto stesso di abbassarsi fa capire che cosa deve provare normalmente colui che lo compie. Perché mai il maestro si comporta così? A Pietro che decisamente si oppone, Gesù dice: «Quello che io faccio ora non lo capisci. Lo capirai dopo». Non riuscendo a vincere la sua determinazione aggiunge: «Se non ti laverò non avrai parte con me» (cfr. Gv 13,6-10). Solo a questo punto Pietro cede, pur senza capire. Il suo desiderio di stare con Gesù è troppo grande. Stando alle parole di Gesù, in gioco c'è dunque la condivisione della sua stessa vita, [a reale possibilità di continuare a stare insieme a lui, di ricevere ciò che è suo. Affinché questo avvenga, Gesù è disposto a dare tutto se stesso, in totale umiltà, perdendo agli occhi del mondo anche la sua dignità. È quel che avverrà sulla croce e che avviene nel gesto del lavare i piedi. Quest'ultimo dunque anticipa il primo e ne fornisce la chiave di lettura.

C'è però qualcosa che deve essere ancora precisato e che merita di essere fortemente rimarcato. La frase che introduce tutto il racconto giovanneo dell'ultima cena e in particolare il gesto del lavare i piedi, suona così: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua opera di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Nell'interpretazione che l'evangelista ci offre, il gesto che Gesù compie è il segno evidente che porta a inchinarsi davanti a lui. Il gesto spontaneo dell'adorazione è l'inginocchiarsi. Lo facciamo davanti al tabernacolo o davanti alla croce. Mai dovremmo farlo davanti agli uomini o a qualsiasi realtà umana, a meno che non vi si riconosca la manifestazione di Dio. Ci si inginocchia non per paura o per un senso di sottomissione che mortificherebbe la nostra dignità. Quando ci inginocchiamo davanti all'Eucaristia esposta non ci sentiamo affatto umiliati. Nemmeno quando ci inginocchiamo durante [a consacrazione, cioè quando nella celebrazione eucaristica il ministro di Cristo ripete le parole di Gesù nell'ultima cena, rendendolo presente nel suo sacrificio d'amore. Il movimento dell'inginocchiarsi è spontaneo. Esprime un affidamento grato e sereno ad un mistero di bene che insieme ci sovrasta e ci attira. È il sentimento che già troviamo espresso nei salmi: «Sei tanto grande, Signore, mio Dio» (Sai 104,T); «Tu, Signore, sei l'Altissimo su tutta la terra, eccelso su tutti gli dei» (Sai 97,9).

Nell'adorazione cristiana il senso della maestà di Dio e della sua infinita bontà sono inseparabili. Il sentimento di chi adora è contemporaneamente quello della riverenza e della confidenza, dell'omaggio rispettoso e della familiarità riconoscente. Il segreto di questa singolare unificazione va nuovamente ricercato nel mistero dell'incarnazione. Gesù è il santo di Dio che si è fatto nostro fratello, il Figlio di Dio che è divenuto Figlio dell'uomo. L'adorazione così intesa, cioè come riverenza riconoscente e confidente, è ciò che deve caratterizzare sia la celebrazione dell'Eucaristia sia [a preghiera davanti all'Eucaristia esposta. Sarà importante ricordarlo. La celebrazione, quando è vera, è anche adorazione. E l'adorazione eucaristica nella forma della preghiera deve conformarsi alla vera essenza dell'Eucaristia, che la celebrazione ci consegna. Il celebrare l'Eucaristia viene sempre prima dell'esporla. L’Eucaristia va anzitutto celebrata. Il pane che è il corpo del Signore è prima di tutto destinato a essere consumato: «Prendete e mangiate!». Solo in seconda battuta può essere conservato ed esposto per [a preghiera. Ma non cesserà di essere il corpo del Signore dato come pane per la comunione. Così dovrà essere guardato anche nella preghiera di adorazione eucaristica. Quest'ultima sarà un incontro cuore a cuore con il Signore presente nel suo perenne atto d'amore. La presenza eucaristica, che si conserva nei nostri tabernacoli, quella presenza di cui è segno la lampada sempre accesa nelle nostre chiese, quella presenza che in alcuni momenti viene esposta sull'altare per la preghiera di adorazione, non è una presenza statica. È invece dinamica. È una presenza mite e silenziosa ma potentemente attiva. Nell'Eucaristia il Signore risorto è presente nello slancio perenne del suo amore, come colui che ci attira a sé e ci stringe in un abbraccio benedicente. Questa dimensione dinamica si coglie più chiaramente nella celebrazione e permette di comprendere meglio anche il senso della preghiera di adorazione. Vorrei tanto raccomandare a chi per grazia di Dio è divenuto familiare al cammino della Chiesa la pratica dell'adorazione eucaristica. Ugualmente, vorrei esortare a celebrare l'Eucaristia, sia feriale che domenicale, in atteggiamento adorante, con rispetto e venerazione e insieme con gioia e con gratitudine, nella convinzione di avere parte al mistero santo che ci oltrepassa mentre ci accoglie, mistero di trasfigurazione dell'umano nella luce celeste del mistero trinitario.

Nell'Adoro te devote - testo di S. Tommaso d'Aquino divenuto caro alla tradizione cristiana - si percepisce molto bene il senso di profonda riverenza per l'Eucaristia, accompagnato da quella confidenziale e grata meraviglia che deriva dall'accoglienza della rivelazione di Gesù. Ciò che abbiamo imparato a conoscere di questo mistero e siamo in grado di esprimere con le parole, ci consente di dare al nostro sentimento di adorazione la sua giusta forma. Propongo qui la traduzione del testo di Giovanni Moioli:

- Come uno che l'amore rende pronto, io ti adoro, o Dio che ti nascondi e in questi simboli a noi vero ti dai, inafferrabile. Interamente a te si sottomette il cuore: ché troppo sei grande e vinci ogni sua forza di penetrazione.

- Se mi lascio guidare da ciò che vedo, o tocco, o gusto, io cado nell'inganno. Posso soltanto udire: ma basta, a dare sicurezza alla mia fede. Tutto quello che il Figlio di Dio disse, io lo credo: di questa tua parola di verità, nulla è più vero.

- Quando fosti crocifisso, il divino era nascosto; ma qui, anche l'umano tuo ci vien sottratto. E proprio qui, l'uno e l'altro credendo e proclamando, ti faccio anch'io la preghiera del ladrone in pentimento.

- Neppure, come a Tommaso, m'è dato di scrutare le tue piaghe; e, nonostante, ti rendo confessione: «Sei tu il mio Dio!». Fa' che a te sempre di più io creda, e in te abbia speranza, e che ti ami.

- O memoriale della morte del Signore! O pane vivo che all'uomo vai donando vita! Fammi un dono: viva di te l'anima mia, e sempre abbia gusto per te, come per un sapore grato.

- La tua tenera e santa dedizione, Gesù Signore, giunge a donare interamente il sangue. Di questo sangue, anche una goccia piccola è in grado di salvare il mondo intero. Con questo sangue, fai nettezza in me! Sono un immondezzaio.

- Ti sto guardando, Gesù, che ti sei messo un velo. Sono assetato; e ti faccio una preghiera: fissare quel tuo volto d'uomo senza più schermi ormai; e, dal veder direttamente la tua divina gloria, tutto restarne beatificato.

   

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