XXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

La Bibbia descrive sovente la situazione del popolo, chiuso alla parola di Dio, come se fosse diventato sordo e muto e asserisce che la disobbedienza alla parola rende inutili le orecchie e le labbra.  Quando invece ritorna un'epoca di obbedienza a Dio, subito le lingue si sciolgono e proclamano la gloria di Dio, come se tutti profetassero.

Queste immagini rivelano una verità essenziale: la nostra fede si appoggia totalmente su un ascolto della parola stessa di Dio e sulla sua attuazione pratica.  Leggere o proclamare la parola di Dio significa riconoscere il primato di Dio stesso nella nostra vita.  I cristiani, come gli Ebrei, sanno che la loro fede dipende dalla parola di Dio; se adoperano parole soltanto umane per parlare di Dio, sono paragonabili ad un muto o ad un balbuziente.

Ogni volta che la comunità si raduna per celebrare il mistero di Cristo, si mette prima di tutto in ascolto della sua Parola. È la parola di Dio che unita al gesto rituale rende presente e operante qui, per noi, il mistero di salvezza. Così quando nella liturgia la Parola annunzia la Pasqua, il lievito della risurrezione riempie la comunità di nuovo soffio creatore.  Se proclama la discesa dello Spirito a Pentecoste, lo stesso fuoco che ha infiammato una volta centoventi persone prorompe nuovamente, a giudizio e salvezza del mondo.

Non si insisterà mai abbastanza su questa efficacia della parola di Dio celebrata nella Chiesa: chi attenuasse questa sua forza attualizzatrice spezzerebbe l'unione tra Cristo e la Chiesa suo corpo. Ecco perché sant’Ignazio di Antiochia arriva a dire: «Mi affido al Vangelo come alla carne di Cristo» (Lettera ai Filadelfi 5,1). Aderendo al Vangelo con la fede, facciamo nostra, con trepidazione, la storia del Salvatore.